Almirón, il gladiatore di Santa Fe

0
482
views
12 minuti di lettura

Oh, ma che cosa ha detto Almirón al megafono???”

è il 16 gennaio del 2010 e, poco prima dell’inizio di una delle partite più “epiche” del periodo d’oro targato Giampiero Ventura, improvvisamente dalla curva si alza un “Ooooh Almirón, Almirón Almirón Almirón“. 

Almirón era un calciatore argentino arrivato gli ultimi giorni di mercato per rinforzare il centrocampo del Bari neopromosso. Quel coro stava diventando sempre più un habitué, figlio di grandi prestazioni, di una lucidità che nel centrocampo biancorosso mancava da anni e, soprattutto,  del gol del 3-1 contro la Juve dopo il quale l’argentino era praticamente diventato l’idolo delle folle.
Solitamente le acclamazioni di questo genere capitano dopo un gol, dopo una prestazione superba ma anche semplicemente dopo la pronuncia del nome da parte dello speaker: Almirón però quel giorno non può essere presente, l’ammonizione rimediata una settimana prima al Franchi di Firenze ha fatto si che contro l’Inter lui fosse squalificato, tanto da “infittire” ancora di più il mistero, mistero che sarà luio stesso a fugare qualche minuto dopo.
Ad accompagnare questo coro, infatti, quasi come fosse il ritmo di un tamburo si comincia a sentire il classico suono, per alcuni soave, dei buffetti dietro il collo (in gergo tecnico barese, le Càlate): non so quante se ne sia prese in quel frangente, ma dopo qualche secondo diventa chiaro che il protagonista di questa storia è proprio lui, Sergio Bernardo Almirón che, non convocato, ha deciso di passare qualche minuto in curva assieme ai suoi tifosi.

L’episodio che lo “consegnerà alla storia” capita qualche minuto dopo. Arrivato nel cuore del tifo barese, gli viene consegnato per qualche secondo il Megafono, oggetto “sacro” del mondo Ultras. E’ spento, o meglio non lo sa usare e, nonostante cerchi di comunicare qualcosa, da megafono non esce alcun suono. “C cos è ditt??!?“?
Probabilmente non lo sapremo mai, ma la certezza sarà il tormentone che, per settimane, sarà un trend topic dei forum dei tifosi biancorossi.

Un calciatore in Curva Nord non si vedeva dai tempi dello spareggio interno contro il Venezia del 2004 quando, in una curva eccezionalmente colma (per i tempi), apparve improvvisamente l’icona di Sandro Tovalieri. Probabilmente non è un caso che a ripetere queste gesta sia stato un argentino carismatico come Almirón, uno di quelli abituati ad ambienti caldi e suggestivi come le gradinate sudamericane che quando c’era da mettere in campo la gamba e, soprattutto, la classica garra argentina era il primo a prodigarsi per i compagni.

Figlio d’arte di Sergio Omar Almirón, il nostro Sergio Bernardo ha sempre avuto un cognome “pesante” in patria che, soprattutto nei primi anni della sua carriera, l’ha un po’ limitato. Il padre infatti, pur non essendo un fenomeno, si era guadagnato una chiamata nella vittoriosa Nazionale Sergio Omaro Almirón con la maglia AlbicelesteAlbiceleste al Mundial del 1986 in Messico, addirittura con il Numero 1 (ai tempi i numeri venivano assegnati in ordine alfabetico). Vero, in quell’occasione non scese nemmeno un minuto in campo, ma era pur sempre un Campione del Mondo e se c’è una parte del pianeta in cui questo titolo ti dona la “gloria eterna“, quel posto è proprio il Sudamerica. 

Sì, il Sudamerica, la patria dei soprannomi fantasiosi su cui Federico Buffa tenne una “lezione” magistrale ai microfoni di Sky qualche tempo fa, è stata avara con la famiglia Almirón. Né il padre né il figlio, infatti, hanno avuto il “privilegio”di vedersi affibbiato un soprannome che li avrebbe  accompagnati per tutto il resto della propria carriera: uno è stato un onesto attaccante di categoria, l’altro invece un giovane promettente sì, ma senza peculiarità fisiche o tecniche su cui la fantasia degli argentini si sarebbe potuta liberare.
Nonostante questo, al giovane Sergio Bernardo bastano una quindicina di partite con il Newell’s Old Boys, storica squadra di Santa Fe in cui anche il padre aveva calciato i primi palloni da professionista, per essere notato e portato in Europa dall’Udinese che, di lì a pochi anni, proprio grazie al Sudamerica avrebbe fatto le sue fortune.

La sua esperienza in Friuli avrà vita breve: una squadra piena di stranieri (molti di cui provenienti dall’America Latina), in continua evoluzione ed in lotta per un posto in Europa paradossalmente è un ambiente non ottimale per lui che, per crescere, ha bisogno di una squadra più equilibrata con un progetto a medio lungo termine adatto alle sue caratteristiche. L’occasione arriva dalla Toscana, da una fucina di giovani talenti che, in quel momento, sta tentando l’assalto alla Serie A, l’Empoli di Mario Somma.
Gli azzurri infatti hanno bisogno di corsa sostanza a centrocampo per completare una rosa di per sé già molto competitiva e il curriculum di Almirón è perfetto per essere affiancato a quello di un certo Francesco Lodi. L’Empoli, completato da giocatori del calibro di Tavano, Riganò, Vannucchi, Moro ed altri giocatori di categoria, non solo conquisterà la Serie A, ma riuscirà addirittura a conquistate un posto in Europa grazie alle sontuose prestazioni del centrocampista argentino, prestazioni che scatenano una vera e propria asta in fase di mercato con le attenzioni dei club nostrani più importanti proprio su di lui.

Forse non sono ancora pienamente maturo per una squadra come la Juventus” saranno le sue prime parole quando si presenterà al grande pubblico, alla fine di una lunga trattativa che lo porterà ad essere il fulcro del centrocampo, in teoria, della Juventus di Claudio Ranieri. “Spero che i campioni mi possano aiutare ed insegnare tutto ciò che dovrò imparare nei prossimi mesi“.
Almirón non lo sa, ma la Juve, soprattutto in quegli anni, di veri Campioni ne ha pochi e, soprattutto, ha ancor meno pazienza.
L’avventura a Torino sarà breve e fallimentare: prestazioni non all’altezza ed un’avversità degli addetti ai lavori fin dai primissimi allenamenti (figlia delle dichiarazioni ritenute “pesanti”) non gli permetteranno di esprimersi al meglio. Almirón in quella squadra non c’entra niente, così come non c’entra niente nei due club in cui va in prestito, prima il Monaco in Ligue 1, poi alla Fiorentina. Sembra essersi perso, sembra che l’esperienza ad Empoli sia stata solo un fuoco di paglia ed è con queste premesse che arriva alla corte del Bari del neo-allenatore Giampiero Ventura, per rivoluzionare assieme a Massimo Donati un centrocampo che con Gazzi e Donda aveva fatto faville in Serie B ma che sembra troppo fragile per la massima serie.

Tornerò quello di un tempo!“. Con queste parole, ben più decise e dirette, si presenta alla stampa pugliese, con una promessa incoraggiante che, in cuor suo, ha sempre avuto paura di non mantenere, soprattutto all’inizio.

La sua modestia fuori dal campo, infatti, è spesso stata d’intralcio per la sua carriera. Le critiche piovute ai tempi della Juventus dopo una semplice ed onesta conferenza stampa, come quelle che non siamo più abituati a sentire, l’hanno scalfito nel profondo. Lui che in campo, a dir la verità, è tutto tranne che modesto. Bari, nonostante  partisse da favorita per la retrocessione diretta, è stato per lui il trampolino perfetto per poter ritrovare lo smalto di un tempo.

Grintoso, volenteroso e sempre leale. Questi tre aggettivi sono quelli probabilmente più adatti per la sua avventura in biancorosso. Certo, potremmo anche menzionare i numerosi infortuni dettati da dei muscoli abbastanza “fragili”, accentuati anche dalla grande intensità messa sempre in campo, ma non sarebbe comunque corretto verso un giocatore che, in sole due stagioni, ha conquistato tutti i cuori dei tifosi biancorossi.

Almirón dopo il gol all’Olimpico contro la Lazio

Le sue continue incursioni ed il classico “Tiraaa” che si alzava dagli spalti ogni qual volta che l’argentino portasse palla al limite dell’area erano diventate ormai consuetudine, ed è proprio con uno di quei tiri dalla distanza che, il 12 Dicembre 2009, Almirón si è tolto un piccolo sassolino dalle scarpe.
Nella partita perfetta dell’11 di Ventura contro la Juventus di Ferrara, a fare la voce grossa a centrocampo è proprio lui, quel ragazzo scartato senza possibilità di replica dopo solo 12 partite da una Vecchia Signora che, in cerca di un rapido e frettoloso riscatto, aveva deciso “arbitrariamente” che non fosse pronto per una grande squadra. La reazione dell’argentino dopo il SUO gol, un fendente da più di 25 metri tanto forte quanto preciso, è l’emblema del suo riscatto: nessuna esultanza sguaiata, nessuna corsa sotto la curva ma un semplice sguardo, quasi pregno di lacrime, verso la tribuna. Non sapremo mai a chi fosse rivolto quello sguardo, ma l’idea che quegli occhi stessero cercando qualcuno di sua vecchia conoscenza, situato nella Tribuna d’Onore come “ospite d’eccezione”, è ormai da 11 anni l’ipotesi più accreditata.

Quella per lui sarà la partita della svolta. In una squadra quadrata, divertente ed offensiva lui diventa il vero fulcro del gioco, come se si fosse tolto definitivamente un macigno d’addosso, gli spettri del passato. La stagione continuerà su livelli altissimi, condita da 5 gol tra cui un altro gol dell’ex, questa volta contro la squadra che per prima aveva creduto in lui, in una partita emozionante e divertente contro l’Udinese, un 3-3 in cui andrà a segno un altro ex, Barreto, e in cui l’immenso Totò Di Natale, con una doppietta, toccherà e supererà quota 100 in Serie A.

Come tutte le cose belle, però, anche questa favola finirà presto, sia per lui che per i biancorossi.
Abbiamo ancora tutti negli occhi, nella mente e soprattutto nel cuore ciò che, qualche mese più tardi, succederà negli spogliatoi del San Nicola. L’argentino passerà una delle sue peggiori stagioni della carriera: infortuni continui (il famoso polpaccio), pettegolezzi su presunti tradimenti sotto le lenzuola e, soprattutto, combine e presunte tali per cui verrà anche citato in giudizio dal “traditore” andrea masiello per il nefasto derby perso per 0-2 contro il Lecce. Quell’accusa non avrà seguito, nonostante la pesante accusa non verrà trovata alcuna prova per incriminare l’argentino che sceglierà di andarsene da Bari nonostante le promesse di qualche mese prima, per andare in un’altra piazza “focosa” che sta puntando su un blocco di argentini come mai nessuno prima d’ora, il Catania.

Le strade di Almirón, che oggi compie 40 anni, e del Bari non si incroceranno più, quasi come un segno del destino. A Catania l’argentino si confermerà ma non riuscirà più ad imporsi così come aveva fatto in Puglia, causa anche gli infortuni che da quel momento in poi non lo abbandoneranno più. In Sicilia troverà la sua “pace”, decidendo di rimanervi a vivere e di continuare a giocare con Akragas e Agrigento, più come leader di spogliatoio che come pedina in campo.
Nonostante la conclusione nefasta della sua avventura a Bari, però, Almirón rimarrà sempre nel cuore dei tifosi che, nell’immaginario Top 11 della storia biancorossa, lo inseriranno spesso all’interno della formazione titolare.

Curiosità:
Almirón in realtà un soprannome ce lo ha, Sioux, ma deciderà di chiamare così il suo ultimo bambino, nato qualche anno fa durante la permanenza a Catania.