sabato, Ottobre 23, 2021
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Quando lo ZAR era di casa a Bari - Igor Protti

La storia dello ZAR, il calciatore venuto dal basso che ha conquistato i cuori di tutti i tifosi biancorossi e non solo

di Paolo Piccolino – Ph. Ansa

Quando lo ZAR era di casa a Bari - Igor Protti

Tra l’Italia e la Russia esiste un filo sottile, un trait d’union tra due importantissime e storiche culture che trova la sua massima collocazione proprio nella nostra città, nella nostra Bari.
La storia di San Nicola la conosciamo un po’ tutti, la sua figura è diventata una delle più importanti, se non la più importante, in ambito religioso russo/ortodosso e migliaia di credenti, fin dal 1400, fanno un vero e proprio pellegrinaggio di fede, visitando la stupenda Chiesa Ortodossa in Corso Benedetto Croce, e le sue reliquie conservate nella Basilica.
La storia di oggi però non si soffermerà su questi ambiti religiosi che, seppur importanti, sembreranno per molti inappropriati, bensì su un’altra figura importantissima nella cultura russa, che è lo Zar.

Solitamente, soprattutto nei campionati più passionali, si tende a dare dei soprannomi ai calciatori più importanti che vanno dal paradossale al romantico (non posso non citare Buffa che spiega il perché Maxi Moralez si chiami “El Frasquito”). Senza scomodare i sudamericani, che in questo sono irraggiungibili, per anni anche in Italia c’è stata questa bellissima tradizione: era l’Italia dei Mondiali, l’Italia del “Miglior campionato del Mondo” e, soprattutto, l’Italia romantica in cui molti calciatori, facendo la gavetta, arrivavano a giocarsi le proprie carte nei campionati maggiori magari in età avanzata, basti pensare a Dario Hubner (nome che ricorrerà più avanti), arrivato a fare il salto diretto dalla C1 alla Serie A a “soli” 30 anni, una storia difficilmente ripetibile nel calcio di oggi in cui se a 25 anni non ti sei già affermato, difficilmente vedrai certi palcoscenici.

Una delle squadre che in quegli anni voleva dire la sua in ambito nazionale era sicuramente il Bari. L’abbiamo letto, nel 1991 la famiglia Matarrese puntava a far diventare il capoluogo pugliese una delle mete più ambite dai calciatori e, soprattutto, puntava all’Europa “dalla porta principale“, ma proprio quando vennero fatti degli sforzi economici forse più importanti della storia, per rendere i galletti una squadra competitiva, arrivò la mazzata della retrocessione, una retrocessione che fece da sparti acque tra il Bari dei sogni e quello più moderno: la società non investì mai più certe cifre, Bari ritornò ad essere famosa per il soprannome di “squadra ascensore” che tanto l’aveva accompagnata nei decenni precedenti e giocatori del calibro di David Platt non calcarono più il campo del San Nicola, per lo meno con la maglia biancorossa.

La prima squadra da neoretrocessa, sulla carta, non era nemmeno così male. Certo, molti calciatori forti se n’erano ovviamente andati, ma comunque quella squadra poteva ancora annoverare giocatori del calibro di Robert Jarni e Massimo Brambati, oltre a onesti giocatori di categoria (sia di A che di B) che sulla carta potevano dire la loro, ma quella squadra era ancora figlia del trauma del convalescente Joao Paulo e dei numerosi cambi in rosa che una retrocessione porta sempre con se.
Tra i nuovi acquisti compaiono anche due attaccanti, uno proveniente dal Messina con il quale aveva segnato 31 gol in due stagioni, l’altro dall’Ancona, due attaccanti che hanno cominciato a conoscere bene la categoria e che possono portare in dote al Bari quei gol che l’anno prima tanto erano mancati, Igor Protti e Sandro Tovalieri.

La stagione in cadetteria è tremenda, Bari mai fin troppo competitivo ed un finale deludente che porterà ad una vera e propria rivoluzione in sede di calciomercato. Quella che non cambia, però, è la coppia di attaccanti.
Giuseppe Materazzi, chiamato dalla dirigenza a sostituire Lazaroni a fine girone d’andata, capendo che quella squadra non avrebbe mai centrato la promozione cerca di porre delle fondamenta solide alla sua squadra, soprattutto nei movimenti e nelle intese del reparto offensivo, ed i frutti raccolti nel girone di ritorno, che porteranno Protti e Tovalieri a siglare entrambi 9 gol a fine stagione, sono solo una piccola anticipazione di ciò che accadrà l’anno dopo.
La squadra di Materazzi viene praticamente trascinata dal Cobra, Tovalieri, che segnerà 14 gol, mentre Protti che aveva cominciato anche bene la stagione, vivrà “il peggiore della mia vita” in cui prima perse la vita il papà, poi fu costretto a rimanere fuori dal campo per un brutto infortunio al ginocchio. Questi due colpi avrebbero potuto abbattere chiunque, ma la determinazione di un calciatore a volte anche antipatico agli occhi dei compagni per la sua determinazione anche in fase di allenamento, hanno solo aiutato a farlo diventare più forte, anche grazie agli insegnamenti di Materazzi (che vide il lui l’attaccante ideale), nel giro di due stagioni lo porteranno alla tanto agognata “Maturità Calcistica”. Le stagioni per lui si concluderanno con “soli” 14 gol ma anche con la promozione in Serie A.

La stagione successiva, 94/95, fu per molti giocatori biancorossi la prima apparizione nella massima Serie: Protti aveva avuto fino a quel momento una carriera lineare giocando prima in C1 e poi in B, conquistando così la Serie A sul campo a suon di prestazioni e di gol.
Nel suo esordio nella massima serie contro la Lazio Protti non andò in gol, ma nonPh. AltroCalcio ci mise moltissimo a timbrare il cartellino, con la prima marcatura (prima di una doppietta) arrivata in casa contro il Genoa in un roboante 4-1 di fine ottobre. In quella partita segnarono tutti e due i gemelli del gol, la “coppia terribile” pronta a far tremare le difese del massimo campionato italiano a suon di marcature che per Tovalieri furono addirittura 17 mentre per Protti “appena” 7: la concorrenza è comunque ampia, è arrivato Miguel Angel Gerrero che, dalla Colombia, ha portato con sé un’esultanza destinata a rimanere nella storia (il trenino, ndr) e, dal basso, scalpita anche un giovanissimo barese che con la primavera ha fatto faville e non vede l’ora di giocarsi nel sue carte nella massima serie, Nicola Ventola. E’ però nella stagione successiva che il riminese prenderà il suo scettro e imporrà all’intera Serie A la “Legge dello Zar“.

I 17 gol in Campionato non passano inosservati e, pur volendolo trattenere per fare del Bari una squadra ancor più competitiva, Sandro Tovalieri lascia i biancorossi per trasferirsi all’Atalanta e soprattutto lascia il ruolo di leader al suo compagno di reparto che, nel giro di un anno, si ritrova sulle spalle la sorte di un’intera squadra, per di più in Serie A.
Il risultato è inaspettato e stupefacente! Partito dal basso, Igor Protti comincia a segnare a grappoli anche in Serie A, rifilando doppiette e triplette a tutte le malcapitate squadre trovate sul suo percorso, tanto da catturare l’attenzione degli addetti ai lavori e degli osservatori del CT Sacchi che, l’anno dopo, guiderà la Nazionale per gli Europei del 1996 (ma non verrà mai convocato). In quella squadra, che ha trovato nel suo 9 il bomber inaspettato, c’è solo un difetto… non è una squadra. Nel mercato estivo il Bari cambia tanto, molti giocatori si accasano in squadre ben più importanti ed il reparto a risentirne di più è sicuramente quello difensivo dove, dopo la partenza di Amoruso destinazione Firenze, si perde ogni tipo di riferimento, ed il risultato è drammatico: come una classica squadra Zemaniana, se l’attacco ne segna 2 è molto probabile che quella difesa ne incassi altrettanti, ma alla guida non c’è il Boemo ed i 26 gol subiti nelle prime 12 giornate obbligano la dirigenza a prendere una decisione drastica: via Materazzi, l’artefice della cavalcata biancorossa, dentro Eugenio Fascetti. Risultato? Abel Xavier impiegato da libero e 7 gol a Cremona alla sua prima panchina, esempio lampante del disastro difensivo di quella stagione.

Aggiungere altro su quella stagione è difficile, impossibile, anche perché per molti le uniche parole profuse sarebbero solo le famose “gasteme” che sarebbe meglio evitare: la squadra c’è, gioca e trova un’identità che la porta anche a vincere partite importanti (come la partita contro l’Inter nel gennaio del ’96) ma le lacune difensive (e a dir la verità anche gli spazi lasciati a centrocampo) fanno sì che la porta di Fontata sia sempre bersagliata da parte degli attaccanti avversari. Nonostante l’epilogo drammatico sempre più scontato, l’unico a non arrendersi sembra essere proprio lui, lo Zar, che continua a segnare come se non ci fosse un domani e, proprio nel ritorno contro la Cremonese, dimostra la fame che il numero 9 metteva a disposizione della squadra.

 

E’ il 73esimo minuto (2:20 nel video) e, dopo esser passata in svantaggio, la squadra biancorossa è tornata in carreggiata proprio grazie ad un gol di Protti in una partita che, al fine del campionato, ha poco da raccontare a meno di un vero e proprio miracolo nelle ultime 4 partite.
Il Bari gioca anche bene, è propositivo come lo è sempre stato in stagione, ma è la già citata fragilità difensiva a rovinare tutto, rendendo però le partite comunque godibili.. insomma al San Nicola gli amanti del calcio si divertivano, i tifosi baresi.. beh loro un po’ meno.
La partita si gioca sotto un cielo che gronda pioggia da ore, ma il campo pesante non frena le due squadre che sul terreno di gioco se le danno di santa ragione. Ovviamente tra le fila biancorosse il primo a giovarne è proprio lo svedese Anderson, un tipo di giocatore che per stazza, struttura e movimenti giova di queste condizioni difficili, ma la fame vorace di Protti si fa vedere fin dal primo minuto di gioco e proprio al 73esimo da una lezione di calcio che tutti gli spettatori ed i giocatori presenti al San Nicola non si dimenticheranno mai.

Dopo la respinta del portiere su un suo tiro non troppo potente, causa l’equilibrio precario, ma comunque angolato ed insidioso grazie al terreno scivoloso, Protti recupera subito il pallone come se sui piedi avesse una calamita e nel giro di mezzo secondo è già in piedi pronto ad offendere di nuovo, pur dovendo indietreggiare spalle alla porta. L’atteggiamento del corpo dei giocatori della Cremonese, in quel frangente, evidenzia come l’intera linea difensiva pensasse che il pericolo più grosso fosse scampato, ma come la vita ci insegna da sempre è proprio quando abbassi, anche per un solo istante, la guardia che gli uomini più forti sono pronti a colpirti. 
Mentre indietreggia spalle alla porta, lo Zar ha già capito che in quell’azione farà gol, ha solo bisogno di uno spiraglio, uno spiraglio che la difesa grigiorossa gli concede solamente al limite dell’area in una zona talmente defilata che ogni giocatore sano di mente, in quelle condizioni, non ci proverebbe nemmeno. Inutile dire che nei 5 secondi successivi alla respinta di Razzetti, Igor Protti ha già scaraventato la palla in porta sotto l’incrocio dei pali.

A molti quella “lezione di calcio” che ho citato solo qualche riga più su sarà sembrata un’esagerazione, ma la grinta, la ferocia e la determinazione che un calciatore di una squadra quasi aritmeticamente retrocessa, ormai rassegnata al suo destino, ha profuso anche, e soprattutto, in un campo così tanto pesante, può essere solo d’esempio per ogni calciatore, dal più esperto al più giovane, un esempio a firma di Igor “Lo Zar” Protti, l’unico calciatore ad aver vinto la classifica cannonieri in Serie A giocando per una squadra retrocessa e ad aver vinto, assieme a Dario Hubner, tutte le classifiche cannonieri dei campionati professionistici italiani.